Sabato scorso mentre mangiavo la pizza con un’amica le spiegavo che stavo aspettando con grande ansia l’arrivo di un libro che avevo acquistato sul web. Io e lei ci conosciamo da più di trent’anni, insieme ne abbiamo passate tante, scampoli bianchi, neri così come certi splendidi capitoli di sole. Così ci capiamo al volo e, infatti, anche l’altra sera, quando ha posato le sue posate sul suo piatto per fissarmi negli occhi, ho subito inteso che il suo obiettivo era di alzare i toni della conversazione. “Ma perché compri i libri su Internet mi ha detto? Ci sono anche a Jesolo le librerie, bisogna andarci!”. Già, ho pensato, hai ragione e poi ho ripreso in mano le fila del discorso: “lo sai che non ho l’auto e che con la sedia a rotelle fatico a muovermi da sola, è per questo che li compro su Internet, li scelgo, li pago, li aspetto a casa”. Si è imbrunita e mi ha chiesto di esprimere a lei i miei desideri, si occuperà subito per soddisfarli, ha detto, mettendo sul piano anche il valore di Jesolo, quello che passa attraverso le vie del commercio che non vanno trascurate, anzi. Mentre finivamo la nostra pizza mi raccontava che discute spesso di questo con la figlia adolescente la quale si muove con le amiche tra i negozi più amati, quelli che propongono ciò che preferisce, dove entra, chiede ai commessi di vedere le sue scelte – scarpe, giacche, pantaloni, gonne o altro – di poterle provare individuando così la taglia corretta, il modello favorito non senza la gradazione del colore più adatto guardandosi dentro lo specchio e, al termine, dopo aver ringraziato, esce senza comperare nulla. Perché, forte di tutte le informazioni guadagnate, si indirizza verso i siti web che ben conosce dove formalizza l’acquisto. La mia amica, una volta scoperto l’inghippo, l’ha ripresa con forza, sgridandola in maniera potente spiegandole che il suo è un trucco messo in pratica con finta astuzia. Jesolo, le ha detto, si fonda su valori importanti in cui il commercio dei negozi è una qualità fondamentale che va protetta aggiungendo anche un dettaglio: è proprio in una di queste attività che lei d’estate potrebbe trovare occupazione, utile per imparare un lavoro ma anche per mettere da parte qualche soldino proprio. Parole sante quelle della mia amica che da oggi però mi avrà in groppa per aiutarmi nell’acquisto dei libri che dovrà cercare a mio titolo nelle librerie di Jesolo.
Eclissi solare
A metà agosto, grosso modo, nel nostro emisfero, prenderà avvio un’eclissi di sole che anche noi in Italia potremo vedere, un evento dai caratteri eccezionali che non oscurerà del tutto il cielo ma provocherà un’ombra potente e autorevole. Nel 2001, grosso modo, verso le 12.00, mi sembra, ho avuto modo di viverne un’altra di eclissi sopra cui con attenzione non ho posato il mio sguardo aperto, come nessun’altro del resto, si tratta di un evento bellissimo da vivere ma pericoloso da osservare a occhio nudo perché provoca danni irreparabili e permanenti alla retina. Per essere protagonisti di un’eclissi solare infatti è necessario munirsi di occhiali con lente adatta, oppure, come fece papà circa vent’anni fa, procurarsi lenti certificate che acquistò per tutti noi assicurandosi di farci partecipi in modo sicuro di uno spettacolo breve ma superbo. Ciò che ricordo ancora di più di quella mattinata fu come al termine dell’evento le ombre a terra cambiarono foggia, le foglie degli alberi imposero una forma inedita disegnando una traccia sconosciuta prima, in negativo, i bordi si notavano a discapito del contento che pareva inghiottito da una nuova emozione. Mammano che l’eclissi tornava a sé l’ombra si ricomponeva di segnali inediti che scrivevano a terra sagome nuove, emozionanti, toccanti, forse perché mai viste prima. Il prossimo agosto l’eclissi non la guarderò, nemmeno con l’occhiale adatto, ho già dovuto operare la retina ormai due anni fa, inseguirò le ombre che lascerà a terra quando si compirà, questo sì, certa di appassionarmi al contesto come vent’anni fa.
La saga dei Florio
Non amo ricevere libri in regalo. Le scelgo da sola le mie letture, magari seguendo il consiglio fidato di quei pochi amici veramente lettori che conosco o di certe recensioni firmate da nomi che considero valide penne. Nell’insieme poca roba. Mi sento autonoma nell’ambito anche perché non sono una lettrice rapida e ho tutto il tempo che serve per trovare il capo del mio percorso. Qualche settimana fa – ne ho scritto anche su queste pagine – è passata a trovarmi con altri amici la mia insegnante di italiano delle scuole Medie che mi ha allungato un pacchetto con un romanzo al suo interno. Come detto prima, pur non amando leggere c’ho che non programmo da sola, lo faccio lo stesso, per educazione, come forma di ringraziamento, correttezza e cortesia. È andata così anche con il regalo della mia prof. Ovvero il primo capitolo della trilogia firmata da Stefania Auci di cui non avevo scovato recensioni troppo brillanti però. Invece che sorpresa ho scoperto tra quelle pagine: mi hanno sedotta, trascinata dentro il significato che rappresenta per me il piacere della lettura e che, lo so bene, avevo perso, due paginette alla volta mi bastavano, riprenderle in mano significava correre al giorno dopo o magari a quello successivo ancora. Adesso magari non sto leggendo Proust ma sto leggendo, mi sento ricca, soddisfatta e piena, ho già comperato i due volumi che completano la trilogia della Auci nella piena certezza che poco alla volta tornerò a quei titoli solidi con cui sono cresciuta. Grazie prof.
A piedi nudi nel parco
L’altro giorno parlavo con un’amica e, tra una considerazione e l’altra, è uscito il racconto delle richieste rimbombanti di sua figlia, quasi donna ma ancora ragazzina, che pone con strepito sul piatto dei suoi desideri l’acquisto da parte della famiglia di un paio di sneakers – scarpe, sia mai infatti che le chiami in modo tanto banale – che grosso modo costano cinquecento euro. Ah però. Ricevuto il no risoluto, fermo, robusto e vigoroso dei genitori che la invitavano invece a scegliere un lavoro da svolgere in una delle numerose attività proposte dall’estate jesolana tale da poter sfilare dal capello personale del suo stipendio il denaro sufficiente per assolvere ai suoi capricci, lei ha cominciato a schiamazzare per casa sostenendo che tutti, ma proprio tutti, dai compagni di classe agli altri amici, ai piedi portano quel tipo di sneakers – scarpe, sì ecco appunto, vale come sopra – e potrebbe essere pure vero. Poi il ricordo è andato alla nostra di giovinezza, quella targata anni Ottanta, il decennio del primo respiro di tranquillità sociale e pure economica che non andava a braccio teso con una ricchezza abbondante e comune ma di benessere più diffuso questo sì. Quel periodo storico diede vita all’epopea dei paninari milanesi di cui si parlava ovunque, e forse con invidia da parte di noi adolescenti. I nostri genitori li ascoltavano i racconti che facevamo ed erano spesso portati anche a soddisfarli con qualche piccolo sfizio concesso. Ricordo che a me fu regalato un paio di scarpe super mega griffate che mi durarono in ogni caso dai tre ai quattro inverni, tanto per dire, ma anche un capo spalla per l’inverno che trovai solo di un orrido color viola perché era l’unico disponibile nel negozio che lo vendeva. Contraddistinto sulla spalla da un pessimo contrassegno che era impossibile non notare – si trattava del suo suo pregio principale del resto -, avrebbe dovuto proteggermi dal freddo umido dell’inverno del Nordest ma il tessuto di cui era fatto, solo vagamente imbottito, cadeva largo lungo il corpo, le maniche erano troppo ampie e ci passava aria, la chiusura lungo i fianchi era ampia e vale come sopra, solo il collo in velluto poteva dare una qualche certezza di protezione in un corpo ormai congelato però. Ma la moda, vuoi mettere? E anche in questo caso indossato per anni, gelo compreso. Mica colpa dei miei genitori, mica in malafede loro, mica poco attenti alle mie di necessità, dare significato al valore del lavoro che porta il denaro è altro rispetto al capriccio. Se ci ripenso torno indietro e per gli stessi soldi mi farei comprare un cappotto di lana calda e pesante, di un colore accettabile. Ma a quindici anni mica lo senti il freddo se sei uguale agli altri.
Se bastasse una bella canzone
Sabato scorso: su una pagina tv c’era Sanremo che chiudeva la sua porta targata 2026, bastava voltarla e si trovava una nuova guerra, Stati Uniti e Israele contro Iran, vicenda drammatica che sta conducendo tutta la regione alle fiamme. Non male come sabato sera, io avrei annullato il Festival, sono stata contraddetta, da anni ci sono molte guerre in campo, sarebbe ipocrita mi è stato controbattuto, vero probabilmente, solo che oggi, al terzo giorno di conflitto, tutta la regione boccheggia, i bombardamenti continuano, il conflitto si è già allargato, il Medio Oriente trema e fa tremare. A Sanremo, invece, tutt’altro, ci ha pensato il vincitore, Sal da Vinci, a fare scuola, vincendo con una canzone guidata da un’esibizione che non ha dimenticato di mettere giù uno stile da matrimonio napoletano, con tutto il rispetto. Quindi adesso tocca stare a vedere come andranno avanti le cose. Castello delle Cerimonie, corrici in soccorso.
Nel mio piccolo
Forse l’ho notato solo io perché il mio interesse riguardo al tema legato alla ricerca scientifica in favore dell’abbattimento dei confini imposti dalla sclerosi multipla travalica ogni ragionamento. Chiarisco, ho osservato che da qualche tempo gli intervalli pubblicitari che raccontano il linguaggio che mette in campo la sm sono cresciuti, diversi tra loro, ma allo stesso modo pieni di dettagli che invitano a compiere donazioni economiche a favore delle varie associazioni che si occupano della ricerca scientifica contro questa bella lei. Sono costruiti riportando i carichi della patologia che, una volta saliti a a bordo di un fisico lo maltrattano con cattiveria mai doma. Inserti che mi colpiscono soprattutto perché danno l’idea di essere stati creati ad hoc da qualcuno che ne sa. Raccontano cos’è la sclerosi multipla, patologia faticosa, invadente e sfacciatia, ma anche capace di creare accanto a sé una rete umana composta dalla famiglia, dagli amici, dai colleghi di lavoro. Ma ragiono anche sul fatto che dietro un investimento così potente composto da numerosi inserti pubblicitari, diversi gli uni dagli altri, forse c’è qualche contribuente personalmente coinvolto dalle spire della sm, in modo diretto, famigliare o via sulla direzione. Conoscenza stretta insomma, una consapevolezza autentica dico io. Comunque, sia quel che sia, grazie. Vado avanti anche io nel mio piccolo su questa direzione allora? Ci sto: donazioni.aism.it/dona-ora/
Sanremo, per me, forse non è più Sanremo
Sul palco dell’Ariston c’è stato il debutto ufficiale di Sanremo 2026, ieri sera, ma come accade da almeno un decennio quel brivido intenso, energico, vigoroso, significativo che mi accompagnava in vista della sua attesa, fin da quando ero piccoletta, non c’è stato, la risposta è presto data, conosco meno della metà degli artisti in gara. Anche questo ha comportato invecchiare, mi faccio ridere da sola con queste parole e continuo pure sul tono: perché Sanremo, per me, non è più Sanremo. Devo averlo già scritto su queste pagine quanto in passato mi emozionasse seguirne le puntate, con blocchetto e penna in mano oltretutto per attribuire un voto alle canzoni che preferivo e confrontare il giorno dopo il mio giudizio con quello espresso dai giornalisti in sala stampa che di fatto era il posto dove avrei voluto sedere anche io per ascoltare in diretta i loro pareri. I quotidiani in passato dedicavano paginate intere a Sanremo piene di interviste, immagini, giudizi, retroscena, scandali a piovere, era il Festival delle meraviglie, oggi gli accenti si sono ridotti ma forse va bene così visto quanto accade nel nostro mondo, pianeta che ovvio necessita maggiore attenzione rispetto al nostro Festival. La serata di ieri l’ho vista in gran parte, al di là di quanto prevedessi, ero in attesa che la lavatrice terminasse il suo ciclo, quindi a bordo della mia sedia a rotelle non stavo troppo comoda per affrontare con qualità la solita dormita sul divano. E quindi ho ascoltato molte canzoni, per quel ho sentito mi sono piaciuti Sayf e Fibonacci, mai sentiti prima di ieri sera, ma che in ogni caso io e la mia senilità abbiamo approvato.
Gloria Campaner
Ieri sera c’è stata la cerimonia che ha celebrato la conclusione ufficiale delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, le stesse che tutta la stampa di casa nostra ha celebrato con un 30 e lode attribuito alla nostra squadra che ha messo da parte un bottino di allori pronto a fare storia tra podi sventolanti bandiere tricolore, medaglie al collo dei nostri atleti, inni suonanti e sempre cantanti anche dal pubblico spesso sotto esuberanti nevicate. Mi mancheranno queste gare, pur non essendo una sportiva, hanno comunque regalato momenti di emozione, ghiacciati e bianchiche hanno riempito di bello ogni giornata. E poi ieri sera, dall’Arena di Verona, si è spenta, lentamente la fiamma olimpica sulle note del pianoforte di Gloria Campaner, la musicista jesolana famosa in tutto il mondo. La conosco. Tantissimi anni fa, quando lavoravo per un giornaletto di poco conto della nostra città e lei era giovane e ancora iscritta al Conservatorio, la intervistai. Fu una bella chiacchierata anche se io di musica classica – ieri come oggi – conosco meno di nulla, eppure lei mi venne incontro, con modi cortesi e garbati, raccontandomi quali fossero i suoi desideri, di come individuava quei traguardi professionali che inseriva nel suo domani e che vestiva di un’ambizione forte e robusta. Oggi gira il mondo portando con sé quel talento brillante e acclamato che molti anni fa mi è piaciuto raccontare. Poi lo aggiungo, è pure la moglie di Alessandro Baricco, non so se mi spiego.
Storia da Re
Eccomi qui a sollevare il velo, a mostrare il mio volto autentico, a scoprire le carte di tutto quello che si nasconde dietro la mia veste da finta colta. Per carità, negli anni qualcosa ho sistemato dentro la cassa della mia zucchetta però resta il fatto che certe notizie non proprio da intellettuale mi catturano comunque, cose tipo l’arresto del fratello del Re del Regno Unito Carlo III. E saranno in molti gli amici che leggendomi sorrideranno, o magari saranno pronti a ridere, eccola la nostra Cinzia diranno, di nuovo e ancora una volta qui a parlare dei reali inglesi, gli stessi che dal matrimonio di Diana in poi motivi e ragioni per stare sulle prime pagine dei giornali più leggeri non ne hanno perse mai. Tuttavia il tema oggi va ben oltre a foto, immagini, racconti di corna, liti, tradimenti, soldi, eredità e discussioni che compongono quella cronaca rosa che la monarchia britannica nel tempo ha fatto cosa sua portandola ai livelli massimi. Stavolta si parla di accuse pesanti maturate contro il fratello del Re inglese: abusi d’ufficio, cattiva condotta nell’esercizio delle funzioni pubbliche, reati che hanno portato per la prima volta, nella storia recente della famiglia reale, a un arresto terminato dopo una giornata intera di interrogatori. “Che la giustizia faccia il suo corso” ha commentato seccamente il re Carlo III davanti alla notizia, allo stesso modo il Principe William. Pensando forse a denti stretti e con tanta fiducia “God Save the King”.
Modello riviere
Un numero imprecisato di anni fa, credo meno di dieci, di sicuro il primo gennaio, il giorno del mio compleanno, mamma e papà, insieme, mi vennero a svegliare, ebbi modo di salire sulla carrozzina ferma accanto al letto, dare un bacio a tutti e due, e andare in cucina per la colazione. Quando entrai sentii profumo di brodo, si mangiano tortellini per pranzo pensai, il mio piatto preferito, una volta a tavola vidi un piccolo pacchettino, già mi lacrimavano gli occhi. L’invito caldo fu di aprirlo prima di piangere, che ne sapevo di cosa c’eta dentro sostenevano, magari qualcosa che non mi piaceva diceva mamma: era una piccola scatola, che conteneva un anello, oro bianco, modello riviere, con piccoli brillantini, perfetto per la mia mano. Ora sì che cominciai a piangere davvero, ancora prima di indossarlo, di vedere come mi stava, di sapere se era adatto a me, se mostrava ciò che ero. Li abbracciai, li ringraziai mentre l’anello occhieggiava ancora dalla scatola, non l’avevo ancora staccato da lì, mi bastava stringerli a me e che capissero quanto mi avevano resa felice, come sempre papà lacrimava di nascosto, mamma mi convinse invece a infilarlo all’anulare come per un fidanzamento, una volta fatto troneggiava di una bellezza imperante. Da allora e sempre. Fino a che, poche settimane fa, ho perso un brillante. È stata Federica, la mia grande amica, ha farmi il piacere di andare dal gioielliere dove mamma e papà l’avevano comprato per chiedere di risolvere il problema, si può fare ha detto e lo farò seguendo un costo non economico, ma quell’anello è una traccia di mamma e di papà incisa sul mio cuore.